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La Natura del cambiamento

Aggiornamento: 29 set 2021



Cosa significa cambiare?


Quando ipotizziamo un cambiamento, piccolo o grande che sia, la nostra mente rimbalza come una pallina tra due sponde opposte, quella dell’oggi e quella del domani.


Avvertiamo la situazione presente che non ci appaga, assaporiamo il disagio attuale che ci rende confusi. Ciononostante sentiamo la paura di perdere quanto conosciamo e possediamo: quella realtà attuale che all’improvviso, anche se difficile, ci appare rassicurante.


Per seminare la paura ci proiettiamo in avanti, toccando la sponda del domani: per nutrire il coraggio ci immaginiamo al traguardo, circondati dalla nuova realtà conquistata, appagati, felici, in pieno sole.


Più raramente ci immaginiamo in cammino, nell’atto di viaggiare: inconsapevolmente allontaniamo l’ignoto, per non restarne intrappolati.


Eppure l’essenza del cambiamento è tutta in quel viaggio, in quello “stare nel mezzo”, tra un punto di partenza ormai alle spalle ed una meta ancora da raggiungere.


Cosa capita in quei momenti?


Ho il privilegio di poter rispondere “in diretta”; come uomo e come professionista vivo una situazione particolare e privilegiata: quel cambiamento che da coach ho deciso di accompagnare negli altri è la stessa realtà che sto vivendo in prima persona.


E posso dire che non è sempre facile.


Ci sono giornate calde, in cui avverto sul viso il calore della gioia e della soddisfazione, ma anche giorni freddi, in cui protagonista è il buio dell’impazienza, della frustrazione, della paura: emozioni e stati d’animo che mi scivolano addosso, subdoli, pericolosi.


In quei momenti i contorni della meta si fanno opachi, tremulano all’orizzonte come un miraggio ingannevole. Tutto all’improvviso sembra perdere significato, il sogno pare un’illusione, mi viene voglia di mollare, di compiangermi.


Eppure il mio viaggio continua, passo dopo passo, a testa bassa, contro vento.


Se ci riesco è grazie ai fiori sul mio balcone.


Da aprile dello scorso anno ho fatto una pazzia; nonostante il mio rinomato pollice nero, ho acquistato due vasi di gerani e ho iniziato l’avventura della coltivazione, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione.


Ho visto le mie piante fiorire in piena estate, poi perdere i fiori, le ho accompagnate nei mesi grigi dell’autunno, poi in quelli freddi dell’inverno, dedicandomi a loro ogni mattina, in un rito quotidiano che è diventato una piacevole abitudine.


Da assoluto neofita della botanica ho intrecciato all'incedere dei giorni il ritmo delle mie emozioni: dopo la gioia della prima estate ho conosciuto l’ansia delle prime sfioriture e ho provato paura scoprendo i petali cadere uno dopo l’altro, le foglie seccare, alcuni rametti annerirsi. Ho avvertito il dubbio delle lunghe giornate invernali di fronte all’immobilità, al silenzio delle mie piante ingrigite, rattrappite su sé stesse. Ho provato l'ansia dell'attesa.


Di tutto mi sono sorpreso: dell’opulenza dei boccioli che si schiudono all’improvviso dopo i tempi lunghissimi della gemmazione. Della costanza con cui i fiori, quasi seguendo un orologio interno, iniziano a un certo punto a sfrangiarsi ed appassire, mentre altre gemme spuntano al loro posto. Della plasticità delle foglie, che si piegano elastiche sotto una pioggia scrociante o un vento improvviso, per poi rialzarsi.



Questa estate i miei gerani, giunti alla seconda fioritura, hanno brillato di colore, ancor più carichi della prima volta, in un’esplosione di corolle setose e pesanti.

Un successo inaspettato che mi ha reso felice e orgoglioso. E più saggio, perchè sento di avere imparato un'importante lezione.



Ciò che ho appreso in questi mesi non è solo l’importanza di darmi una chance e scommettere su me stesso, ma è il ciclo della Natura che si nutre di vuoti per dar vita ai pieni, che per far crescere fa morire, che costruisce l’esplosione dell’estate sull’implosione necessaria dell’inverno.


Scoprire quel ciclo mi è servito e mi serve ogni giorno per vivere e accompagnare il cambiamento.


Quando cambiamo coltiviamo una pianta speciale le cui radici si abbeverano di sogno e di volontà; se cambiare significa essere coltivatori dell’anima allora è utile riconnettersi alla Natura del cambiamento


Nel mio “viaggio nel mezzo”, quando arrivano i giorni dell’inverno, mi ricordo che senza di essi non può arrivare la nuova estate.


Penso ai mesi dell’attesa, quando i miei gerani sembravano addormentati; guardo a quell’immagine di morte come se fosse proiettata sullo sfondo, piccola, in primo piano la grandezza della vita che brilla nel rosso dei fiori illuminati dal sole . E ritrovo la forza della pazienza e della fiducia.


Ricordo la cura e l’impegno mattutini, un rito che non è venuto meno nonostante il freddo e la scarsità, ma è proseguito cocciuto. E mi rieduco alla disciplina e alla costanza.


Mentre sto "nel mezzo”, quando il passo rallenta e si fa pesante, mi ricordo del ciclo della fioritura e dei suoi segreti.


Penso ai fiori che ho reciso, alle corolle secche che ho scorto e cercato tra quelle mature e che ho tagliato puntualmente, perché spuntassero nuovi boccioli nascosti, perché il sole si insinuasse tra i rami destando nuove gemme.


E mi ricordo che spesso, quando il cammino si interrompe o procedere fa più fatica, non c’è qualcosa che viene meno, ma qualcosa di troppo, un’abitudine da recidere, una vecchia credenza da tagliare per fare spazio ad un nuovo modo di guardare, alla vita e a noi stessi.


Il viaggio di chi cambia, di chi è “nel mezzo” non si arresta quando attraversiamo giorni e stagioni di freddo o sospensione, ma quando a quei momenti inevitabili non sappiamo dare un senso.


Comprendere quel senso, ritrovarlo nella Natura, rende umili e fiduciosi: ci fa accettare i chiaroscuri del viaggio con naturalezza e gratitudine. Perchè da essi derivano l'avventura, la crescita e la trasformazione che ci attendono


E allora se ipotizziamo un cambiamento, se lo desideriamo, non oscilliamo solo tra le due sponde del campo, l’oggi e il domani, ma pensiamoci “nel mezzo” e anticipiamolo fin d’ora; respiriamo l’atmosfera del viaggio, immaginiamoci i picchi della gioia ma anche i tempi dilatati dell’attesa.


E accettiamo con serenità la nostra debolezza, per essere pronti ad accoglierla quando verrà a trovarci, per non trovarci impreparati quando dovremo insegnarle come coltivare la nostra pianta di sogno e volontà.


Quando non temiamo l’autunno e l’inverno del nostro cambiamento, quando non li fuggiamo ma diamo loro il benvenuto ancor prima di partire riduciamo l’ansia e il timore del viaggio. E aumentiamo il coraggio di metterci in cammino.




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